IL GAS DELLA VITA


Due sono gli insegnamenti che ancor oggi porto con me dai miei anni di tedio sui banchi scolastici. Entrambi per benevolenza di uomini liberi. Due professorini delle medie che avevano capito qualcosina più degli altri. Per il resto la scuola m’è servita a niente se non, forse, ad abituarmi alla tirannia del mondo.

Il prof di scienze lo ripeteva spesso: “Il CO2 è il gas della vita, ragazzi miei, ricordatelo e non lasciatevi infinocchiare”. Ricordo ancor oggi con lo stesso vago senso di angoscia dei miei occhi di undicenne, che proprio in quegli anni iniziavano a martellare con allarmi climatici e conseguenti. Tutta roba che risultandoci incomprensibile accettavamo come gli antichi accettavano la sottomissione a quegli dèi di cui non m’è mai fragato niente. Ci angosciavano l’esistenza con la cantilena della scarsità delle risorse energetiche che ci avrebbe privati di Heidi e Mazinga Zeta. Un continuo memento mori che ci aveva ridotti col cervello in poltiglia e indotti al fatalismo più gretto.

L’altro grande insegnamento era: “Libertà è poter fare tutto ciò che non nuoccia agli altri”. Lo ripeteva ad ogni lezione il prof di qualche materia che non ricordo, mentre sedendo alla cattedra s’immergeva nella lettura del giornale. Prima però proferiva le ultime poche parole “fate quel che volete, senza disturbare”. La cosa piuttosto strana era che ciascuno di noi aveva imparato a gestire quell’ora nel modo più produttivo. Quando le battaglie navali ci erano venute a noia, ci si applicava in qualche attività. Un po’ un’estremizzazione del Montessori potremmo dire. Chi scopriva d’amare la lettura, chi come me disegnare. Il mio vicino di banco deve la sua carriera pianistica a quell’ora di autogestione. Alla campanella il prof riponeva il giornale nella cartella e soffermandosi sulla porta dell’aula ci ripeteva il motto con sorriso di compiacimento. Era riuscito nel suo intento. Ci aveva trasformati in persone coscienziose. Quell’uomo s’era guadagnato il nostro rispetto sin da subito.

Il paradosso è che, nonostante io continui a ritenerli insegnamenti preziosissimi, oggigiorno non calzano più. Ormai non basta più dire libertà per intendersi su un concetto una volta tanto chiaro quanto semplice. Negli anni sono stati aggiunti un gran numero di paletti e nuove accezioni al termine tanto da renderne il concetto labirintico. Un ginepraio in cui è ormai sempre più difficile districarsi al punto che l’unico modo per sentirsi liberi veramente è starsene chiusi in casa. Paradossalmente. E talvolta neanche quello può bastare. E si perché nel frattempo anche il concetto di casa è cambiato. La casa è tua finché una banca o lo stato non ti mettono alla porta. Dire “casa” ormai equivale a dire “immobile” e basta. Tornare a casa vuol dire tornare dai tuoi abiti, i tuoi libri, le tue stoviglie, il tuo spazzolino, il letto su cui dormi e non più il luogo a cui appartieni, quello degli affetti, del conforto, dei sentimenti migliori di un uomo. Il motto di oggi è “Non possiederai più nulla e sarai felice”. Chiaramente non riguarda tutti ma i più, la massa.

La libertà di oggi esprime un concetto così tanto differente rispetto a quello inteso dal prof delle medie che oggi dovrebbe riformularlo in “Libertà è poter fare tutto ciò che non nuoccia ad alcuni.” Concetto per nulla facile da destrutturare. Chi sono questi “alcuni” a cui non nuocere? Non fosse una tragedia sarebbe da sbellicarsi. Ma la parte divertente, comunque, c’è anche qui. Individuare la categoria a cui non nuocere è spesso un rompicapo mica da niente. In certi casi è roba da abili enigmisti. Per non rischiare di nuocere a qualcuno malgrado la buona volontà, allora, è bene partecipare il meno possibile e soltanto nei casi strettamente necessari. Per il resto del tempo starsene per conto proprio o comunque mantenere rapporti di distaccata cordialità con chiunque, pure con chi si avrebbe tutto il diritto di disprezzare pubblicamente.

Mettersi in discussioni che riguardino argomenti diversi da calcio e formula 1, cinema e programmi Netflix è un rischio che non vale la candela. Qualsiasi altro argomento oggi è da affrontare con le pinze a meno che non la si pensi come tutti, che non è per niente il mio caso. La gente ormai è troppo suscettibile, va in tilt per inezie. La gente d’oggi è un esercito di perbenisti col palo in culo, che non vede oltre i dogmi a cui lo smartphone ha “educato” le generazioni dei più giovani che pur non avendo alcuna esperienza di vita reale li impone ai padri e ai nonni che si non si sono dimostrati all’altezza di chi li ha preceduti.

A questo punto sarei tentato di citare il discorso del cucù di O. Welles se non sbaglio ne “Il terzo uomo” -altro retaggio della mia magnifica avventurosa adolescenza- dove dice in grandi linee: l’Italia è sempre stato un paese di intrighi, guerre e tumulti ma ha dato al mondo il rinascimento, Leonardo e Michelangelo negli stessi secoli in cui l’irreggimentata Svizzera esempio di ordine e neutralità, sapeva produrre nient’altro che l’orologio a cucù. Le cose migliori nascono dal tumulto e l’ingegno s’affina nelle difficoltà. Dall’ordine, per di più non organico come quello elvetico, non può che nascere noia e omologazione al pensiero unico di cui sono figli le perversioni. O, al massimo l’orologio a cucù.

Cosa possono capire questi dell’arte, che è -mi piace ricordarlo- una zona franca nell’oceano della belligeranza umana? Perché l’arte dovrebbe continuare ad avere un ruolo, quello che dall’inizio è stata chiamata a svolgere, finché la nostra società si reggeva su principi di umana imperfezione, oggi che siamo ridotti a sudditi d’un “progresso” di cui non abbiamo più il controllo da tempo? E infatti i risultati si vedono già da diversi anni. L’appiattimento più sconfortante che il peggior nemico dell’uomo potesse sognare. E ancor di più nel domani che più che prospettarsi distopico è ormai chiaramente apparecchiato davanti ai nostri occhi. Perché, come dovrebbe l’Uomo continuare ad esprimere idee che non ha più?

L’arte è finita, signore e signori. Lo sappiamo bene tutti perché lo vediamo tutti cos’è oggi la nostra società, anche quelli che non vogliono ammetterlo. Non basta rendere una …

Fino a dove può spingersi il potere quand’è completamente scollegato dalla realtà dall’umanità e dalla compassione? Com’è accaduto che il gas della vita, quello che ci insegnavano elemento essenziale per la fotosintesi clorofilliana delle piante che oltre ad essere alla base della catena alimentare, lo trasformano per noi in ossigeno, sia diventato un problema? Un problema mica da poco, anzi grande al punto da essere ormai centrale nelle politiche economiche, nella coscienza dei giovani che riversano l’isteria sui loro padri per cui non soltanto non nutrono alcun sentimento di stima ma neppure la gratitudine che sarebbe dovuto a chi t’ha messo al mondo e t’ha cresciuto al meglio delle sue possibilità, privandosi di tutto pur di darti le opportunità che lui non ha avuto.

Perché, mi chiedo, nessuno più fa caso a questi dettagli che farebbero tutta la differenza del mondo? Come può esser successo che la gente diventasse così tanto scollegata del vero? Nessuno più tra i padri di oggi ricorda cosa gli veniva insegnato dai testi scolastici, forse? Mi pare piuttosto inverosimile. Che sia paura, allora? Direte “paura di cosa?”. Probabilmente di non esser più adatti a questo mondo così indecifrabile. Di non regger il confronto con i figli. Con la loro aggressività e l’illogicità dei loro dogmi. Questi d’oggi sono ragazzi che non sanno nulla ma credono di saper tutto. Sono stati addestrati alla violenza non solo verbale se necessario. Alla condotta sprezzante all’adulazione della macchina indottrinante. A non tendere un muscolo se non strettamente necessario. A non avventurarsi per sentieri inesplorati ma lasciarsi guidare. Non v’è nel loro mondo alcuna necessità di sprecare energie se non che per pigiare un tasto.

Chi può aver tramutato il gas della vita in causa d’ogni male? Chi tra gli esseri umani può fare a meno del sistema perfetto che è la natura? Direi proprio nessuno. E allora?

. . .

Ho conosciuto una giovane donna qualche sera fa. L’approccio è andato per le lunghe dato che nessuno dei due si decideva a fare la prima mossa. E d’altronde da parte mia la ruggine ormai è tale che è un miracolo che alla fine sia successo. Non pensate male, abbiamo soltanto scambiato quattro chiacchiere e nell’insieme è stata una bella serata che ha risvegliato in me emozioni antiche con cui non ho più alcuna dimestichezza. L’ammiccamento è durato una buona ora prima che lei si decidesse a lasciare la compagnia del suo tavolo, trascinarsi al mio e sfrontatamente piombare sulla sedia difronte alla mia. Forse un po’ di ruggine ce l’aveva addosso pure lei o non saprei come altro giustificare la sua goffaggine. Maneggiava nervosamente il bicchiere con nient’altro che qualche sudicio residuo di ghiaccio ormai sul punto di scomparire. Poi ha attaccato bottone “Ciao. Ti spiace se mi siedo qui? I miei amici sono una barba stasera…” ha detto con un’ombra di timidezza. “Vuole qualcosa da bere?” le ho risposto ruvidamente innervosendola ancora di più e la cosa mi ha regalato un certo piacere. Quindi ho continuato ancora più ruvido “Cosa c’era in quel bicchiere?” e a questo punto la povera malcapitata ha sentito la brace arderle sotto il culo. Voleva sprofondare allo stesso modo avrebbe desiderato poter tornare sui suoi passi. Era evidente che non sapesse più come continuare. Era tra l’incudine e il martello. Davanti a se aveva un orco e alle sue spalle gli amici o quello che fossero che ridacchiavano.

“Allora… cosa le posso offrire?… si sente bene?” ho incalzato cedendo alla vena di sadismo che mi aveva preso a pulsare poderosamente mentre la poveretta mi fissava terrorizzata con gli occhi sgranati. Non era minimamente brilla e non sembrava una squilibrata, quindi forse si trattava di una sfida, una scommessa con gli amici i qualcos’altro del genere. Gliel’ho chiesto “State facendo un gioco, lei e i suoi amici?”. Scena muta. Per il resto di un buon quarto d’ora mi sono limitato a osservarla mentre con gli occhi si faceva girare i pollici sul grembo. All’impazzata. Finché il tutto m’è venuto a noia e ho alzato le mani al cielo in segno di resa. Da almeno cinque minuti m’aveva iniziato a fare tenerezza e poi era proprio un bell’esemplare di donna con tutte le forme al posto giusto. D’ora in avanti sarei stato cortese. “Vuol andare da qualche altra parte?” le ho chiesto con tono affabile e finalmente lei s’è sciolta. Mi ha sorriso con espressione di sollievo e guardandomi negli occhi ha risposto “Si”. Ho pagato e siamo andati via.

“Allora? Di che si tratta? Una scommessa coi suoi amici? O forse un esperimento?” le ho chiesto mentre passeggiavamo lungo la battigia entrambi con le scarpe in spalla. Lei s’è voltata di scatto e m’ha stampato le labbra sulle mie. Poi ha riso. Pure io ho riso ma lei ha continuato per un po’. “Allora? Scommessa o esperimento?”.
– “Nessuna delle due. Sono attratta da te, ecco tutto”
– “Potrei essere suo padre…”
– “Non direi proprio”
– “Beh allora diciamo un fratello maggiore…”
– “Ecco questo già va bene..”
– “Di tanto maggiore, però…”
– “Lì c’è una festa” ha detto indicando una villetta in fondo alla spiaggia “Ti va di andarci?”
– “Sono almeno quindici anni che non m’imbuco a una festa”
– “Ma io sono invitata…”
– “E allora… vai”
– “Vienici anche tu.”
– “Oh no no.. non ci penso proprio.”
– “Cos’è, soffri di misantropia?”
– “E da quando di misantropia si soffre? Non è mica una patologia!”
– “Lo è!”
– “Ne riparliamo tra quindici anni…”
L’ho accompagnata alla villetta e finalmente ci siamo separati. Lei è tornata al suo mondo ed io, finalmente al mio. Dall’altra parte del cancello m’ha urlato “La prossima volta spero che mi darai del tu!”. Non le ho risposto fingendo di non aver sentito per via del “dum dum” assordante delle casse acustiche. Ma chiaramente non ci sarà una prossima volta. Ho la mia vita di cui occuparmi. E né tu né i tuoi amichetti ne farete mai parte.



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