C’è vita dopo la morte? A questo enigma che tormenta i più e che a me, in vero, pare di facile soluzione, per quanto ovvia né è la risposta (vedi nota 1), se ne intrecciano, derivandone, un’infinità di altri che paradossalmente, in molti casi, pur nella loro relativa trivialità, risultano di ben più ardua soluzione. Almeno a me. Per esempio: “L’Arte sopravvivrà all’Uomo?”
A quest’altro quesito, anch’esso posto e affrontato infinite volte da pensatori d’ogni epoca che si sono lambiccati i neuroni con vorticosi sofismi, si è per lo più sempre cercata una risposta nei termini della durevolezza dell’opera d’arte, sia nel suo valore di manufatto che di concetto. Ma questo approccio oggi a me pare sbagliato in quanto ormai anacronistico.
La questione è pelosa in quanto entrambi gli aspetti (manufatto e concetto) sono, normalmente, esaminati facendosi bastare il presupposto che l’arte origini dal pensiero dell’Uomo e quindi dal suo vissuto, dal suo ingegno, dalle sue debolezze e dalla sua forza; che è ascrivibile esclusivamente al suo intelletto dato che nessun altro animale avrebbe mai concepito una cosa così effimera e al contempo fondamentale per l’accrescimento della coscienza individuale e collettiva.
E fino a ieri, forse, questa idea di fondo poteva anche bastare. Fino a ieri era non soltanto accettabile ma addirittura ovvio che da questi presupposti dovesse partire ogni ragionamento sul tema. Oggi, però, tale assunto non è più sufficiente. Perché nel frattempo un fattore fino a ieri imponderabile ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite portandosi dietro una valanga di nuovi fattori e qualche retro-pensiero.
Dell’opera d’arte sappiamo bene un po’ tutti noi alfabetizzati che, nel più dei casi, essa sopravvive al suo autore che muore lasciandola ai posteri. E proprio questo, in fondo, è uno dei contributi più importanti dell’arte alla società umana. A sopravvivergli è la materia, in genere più durevole delle nostre carni, ma non eterna. Un dipinto, una scultura, un edificio e persino un foglio di carta possono mantenere vivo il pensiero di un individuo finché, però, anche loro dovranno arrendersi al compimento del ciclo naturale delle cose. E anche ammesso che un’opera possa durare in eterno, cosa ci garantisce che continuerà a mantenere il significato originale? Che rappresenterà in futuro ciò che rappresenta oggi?
È vero pure che la questione è annosa, che è stata dibattuta allo sfinimento e che il concetto di un’opera d’arte in molti casi si esaurisce comunque con la scomparsa dell’autore o anche prima mentre questi è ancora tra noi. È vero che un’opera d’arte è sempre e comunque alla mercé di interpretazioni non sempre correttamente contestualizzate anche da parte della critica contemporanea. Così come è pure vero che in seguito potrà continuare, pur se fraintesa, ad essere uno stimolo, un modello per future generazioni di artisti, e via dicendo. Resta, però, il fatto che anche questi come gli altri saranno e sono uomini in carne e ossa dotati di coscienza volubile, soggetti a deterioramento fisico e con data di scadenza dettata dalle leggi della biologia.
Tutto ciò considerato la domanda più giusta dunque dovrebbe essere “L’opera d’arte sopravvive davvero al suo autore?”
Oggi però c’è da tenere conto della variabile imponderabile di cui sopra, che fino a ieri era neppure immaginabile e che oggi è un attore in ascesa continua ed esponenziale nella scala gerarchica del teatro che è questo mondo: l’Intelligenza Artificiale. Che come vediamo sta allegramente sparigliando le carte.
Intendiamoci, lo so bene anch’io che con l’I.A. ci siamo cresciuti è chi non c’è cresciuto a dovuto fare in fretta a familiarizzarci nel corso degli ultimi decenni, ma quell’intelligenza artificiale lì era un personaggio letterario, di fantasia, anzi fantascienza. Era il supercomputer HAL di 2001 odissea nello spazio e niente più che questo.
È vero che se ne filosofeggiava da secoli anche in ambienti scientifici, ma anche in quel caso era solo una chimera per pochi, innocua come qualsiasi utopia. L’irrealizzabile ambizione di sognatori irriducibili a cui dispensare un sorriso di tenerezza; o l’incubo bramato da anime nere col Dio Creatore nel mirino. E certamente, oggi, soprattutto questi ultimi staranno giubilando dato che, a quanto pare, il loro incubo sta prendendo forma tangibile.
E dunque, tornando all’arte… oggi che il mondo sta per mettersi alle spalle (per di più senza averne preso piena coscienza) quella fase, diciamo così, evolutiva che la nomenclatura scientifica indica col termine trans-umanesimo o a volte trans-umanismo, per approdare a una nuova dimensione identificata col post-umanesimo, o post-umanismo (vedi nota 2), in cui la coscienza sarà non più individuale ma quella collettiva della mente alveare (o hive mind) e non risiederà più nell’Uomo ma nella “Macchina”, la domanda più pertinente parrebbe proprio quella che c’eravamo posti all’inizio:
“L’Arte sopravviverà all’Uomo?”
Cioè, l’arte intesa come attività, come processo creativo, come esigenza espressiva, come valvola di sfogo e come nutrimento per la mente e per lo spirito, avrà motivo per continuare ad essere centrale in una società post-umana in cui l’Intelligenza Artificiale avrà soppiantato quella, diciamo così, organica insita nell’Uomo nella gestione di territorio, risorse, rapporti tra individui e persino dei pensieri e desideri più intimi, sollevandolo dalle questioni di ego, e verosimilmente privandolo dei sentimenti più basilari?
E qui chiudo questo primo abboccamento sulla questione, con le risposte che l’Intelligenza Artificiale di Google ci fornisce ad oggi 4 giugno 2025 al nostro quesito “L’Arte sopravviverà all’Uomo?”:
- “L’arte, in un certo senso, potrebbe sopravvivere all’uomo, non nel senso di sopravvivenza fisica, ma come espressione umana e come riflesso dell’esperienza umana, anche se l’umanità dovesse scomparire.”
- “L’arte come linguaggio universale: L’arte nell’accezione più ampia del termine (cioè, più propriamente “le arti”: musica, pittura, scultura, cinema ecc.), è un linguaggio universale che può trascendere le barriere linguistiche e culturali, e potrebbe continuare a comunicare qualcosa anche in assenza di parlanti umani.”
- “L’arte, come eredità culturale: L’arte potrebbe sopravvivere sotto forma di manufatti, opere d’arte e architetture, che potrebbero essere studiate e interpretate da eventuali forme di vita future.”
- “L’arte come sopravvivenza delle idee: L’arte può anche essere vista come un mezzo per trasmettere idee e valori, e queste idee potrebbero continuare a esistere anche se l’umanità dovesse scomparire.”
- “L’arte come testimonianza: L’arte potrebbe anche essere vista come una testimonianza dell’esistenza dell’umanità, una sorta di “monumento” alla nostra storia e alla nostra cultura, che potrebbe sopravvivere anche dopo la nostra scomparsa.”
- “L’arte come resilienza: Anselm Kiefer, in un suo scritto, afferma che “l’arte sopravviverà alle sue rovine”, sostenendo che il deteriorarsi delle opere, il loro decadimento, non fa che accrescere la resilienza dell’arte stessa.”
- “L’arte come fonte di ispirazione: L’arte può essere una fonte di ispirazione e di conoscenza, anche per forme di vita future, che potrebbero trarre insegnamenti e ispirazione dalle opere dell’arte umana.”
- “L’arte sopravviverà alle sue rovine di Anselm Kiefer 3 Jul 2024 — Considera l’arte un’attività spirituale talmente alta da “sopravvivere alle sue rovine”, convinto che il deteriorarsi de…”
NOTE
- CONVERSAZIONE TRA DUE FETI
Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiese all’altro:
– Tu credi nella vita dopo il parto?
– Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci per quello che saremo più tardi.
– Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?
– Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.
-Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione … Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto.
– Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.
– Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla.
– Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
– Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora?
– Dove? Tutta in torno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe.
– Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista.
– Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o percepire come accarezza il nostro mondo. Sai? … Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa …
– Sarà ma io mi fido poco o nulla di quello che non vedo… ECCETERA… - La differenza tra Transumenesimo e Transumanismo o Postumanesimo e Postumanismo è trattata nell’intervista al Prof. Campa che puoi LEGGERE QUI