Bene… rieccomi qui con un po’ di mangime per i galletti del pollaio che con una locuzione divertente chiamano “opinione pubblica”; l’immagine del mondo che all’unisono abbia un’opinione comune su un qualsiasi argomento mi fa sorridere.
Me li vedo già sti lobotomizzati con la cresta ritta per l’indignazione mentre furiosi si lanciano all’attacco vomitandomi addosso il loro innocuo disprezzo. Se fossero marinai direi che s’inalberano, se fossero cavalieri perderebbero le staffe ma essendo nient’altro che uccellacci spennacchiati, incapaci di volare e persino di deporre uova possono solo rigurgitare il pastone. Li vedo già arrampicarsi sugli specchi (che figurativamente possono farlo anche i gallinacci) per smontare ciò che sto per esporre; per dimostrare che mento, che sono pericoloso per aver fornito una ricostruzione fantasiosa, perché sono un pusillanime, un ignorante e un bastian contrario. Spero che almeno un po’ si divertano anche loro, poveri idioti infelici.
Io intanto sono qui per fare il punto su una questione che mi sta molto a cuore: quella della datazione e dell’attribuzione. Due dettagli che nell’arte (e non solo) spesso fanno tutta la differenza del mondo.
La prenderò alla larga, però, come è mia abitudine. Lo spunto è una scoperta piacevolissima e a contempo triste che ho fatto negli ultimi giorni. Divagare è un mio vizio con cui spesso ammorbo i cervelli di chi ancora m’ascolta ma in questo caso -vedrete- non sarà una digressione inutile. Tutt’altro. Servirà a darvi una visione più chiara sulla questione.
Eccovi un nome: Alberto Martini; che è la scoperta di cui parlavo. Una di quelle che ti rischiarano le giornate uggiose, ti fan fiorire i davanzali spogli, e altra roba poetica così.
La cosa però ha del paradossale per uno che, come me, si nutre d’arte in tutte le sue declinazioni da cinquant’anni. Non so quanti libri d’arte ho letto e sfogliato e da tempo ho perso il conto di quanti ne possiedo. Tra i contemporanei con cui mi sono strusciato i gomiti e quelli del passato di cui conosco almeno qualche lavoro, gli artisti di cui ho contezza, saranno qualche decina di migliaia. Facciamo ventimila. Che siano solo nomi, vite, opere o tutto insieme, direi che quello è un numero verosimile. Per la maggioranza chiaramente si tratta di minori (e non potrebbe essere altrimenti), in alcuni casi artisti solo per modo di dire. Gente che è finita nel novero solo per caso, perché qualche sprovveduto o qualche prepotente a un certo punto li ha collezionati, li ha inclusi in qualche mostra o sponsorizzati in altro modo. E quindi tutt’oggi te li ritrovi tra i piedi con un certo fastidio.
Nel corso della mia vita ho avuto a che fare con tanta arte inutile che ho rinchiuso nel dimenticatoio per fare spazio a ciò che invece ha almeno un po’ di rilevanza, come facciamo un po’ tutti d’altronde. I protagonisti della storia dell’arte posso dire di conoscerli tutti da anni, ormai. E di avere con ciascuno una dimestichezza per lo meno sufficiente se non approfondita. Questo potevo dirlo, cioè, sino a qualche giorno fa quando mi sono imbattuto in un nome mai prima sentito neppure citato per caso, di sfuggita o, che so io, per sbaglio, da nessuno. Ne sono certo dato che un nome così comune l’avrei certamente registrato al volo. Solo recentemente è apparso in rete qualche timido articolo che, come accadrà anche in questo caso, ha lasciato il tempo che ha trovato, trattandosi di blog e testate di piccolo cabotaggio.
Martini anche nell’arte è un cognome piuttosto ricorrente tanto che sull’unghia ne potrei elencare una dozzina almeno, senza alcuno sforzo; dal celebre Simone Martini a Francesco di Giorgio Martini e l’Arturo Martini grande scultore del ‘900. E ce n’è persino uno tedesco, un pittore ottocentesco di nome Johannes. Di questo Alberto non avevo la benché minima idea invece. E sì che a ben vedere si tratterebbe di un artista di primissimo ordine, se è vero che lo sono i surrealisti più famosi da Magritte a Dalì a Ernst, ancor più lo è questo Martini che di questi è il padre. E lo dico senz’alcun timore di smentita.
Fino a qualche giorno fa, tra i principali “ispiratori” dei surrealisti vi avrei citato il Giuseppe Arcimboldo dei ritratti nascosti, Hyeronimus Bosch dei paesaggi visionari e il Giorgio de Chirico della pittura Metafisica in primis. Ma anche tanti altri: Giovanni da Modena, il Pisanello del Trionfo della Morte, Odilon Redon e gli altri simbolisti francesi, i dada, i futuristi, ecc.
Oggi ai primi tre aggiungo a pieno titolo questo Martini da Oderzo. I suoi quadri e le sue illustrazioni sono ben più che un’ispirazione per i surrealisti. In alcuni casi a un ignaro risulterebbe ovvio che questo li abbia emulati, se non fosse per le date che raccontano il contrario. Badate bene, però, che è solo una questione di tempo prima che la cosa venga ribaltata. Questo Martini è solo recentemente riemerso dalla polvere e i signorini del pollaio non l’hanno ancora passato al vaglio, verosimilmente non hanno ancora avuto il tempo di rimettere a posto le cose col loro wikipedia e tutte le altre armi di propaganda di cui dispongono. Ma lo faranno presto, ne son certo. Non appena il suo nome dovesse diventare una minaccia. Per il momento è ancora troppo poco conosciuto.
Dovessero imbattersi in questo mio post, per esempio, sti detrattori di chi osa dubitare del pensiero unico farebbero di me polpette. Sti cretinetti che da tenera età hanno imparato a ripetere a pappagallo senza mai soffermarsi per un momento a pensare in proprio, a sforzarsi di capire da sé, a lasciare i propri occhi liberi di guardare e magari di scrutare nella penombra. Li sento e li vedo già e godo dello spettacolo di questi kapò con la cresta ritta per l’indignazione, che trasudano veleno e vomitano tutto il loro disprezzo verso chi invece di accettare la visione verticistica a loro cara, scorrazza a suo piacimento per gli archivi dell’arte aprendo porte chiuse da tanto o da sempre, rimettendo ordine. Un motivo perché certe porte sono state chiuse soprattutto se con più mandate, ci sarà! -starà pensando qualcuno tra voi- Critica e storiografia dell’arte avranno certamente avuto le loro buone ragioni per farlo. E allora perché stare lì a perder il tempo riaprendo stanze polverose dove tutto è ricoperto da escrementi di topi e ragnatele? C’è altro a cui pensare che il revisionismo. Ci sono le nuove leve da attenzionare. C’è un esercito di giovani ben indottrinati molto promettenti che l’occhio infallibile del sistema sa individuare al volo. A questi e a quegli altri di cui sono pieni i musei dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. Poi però alzano i pugni e si riempiono la bocca di “libertà di espressione” e altre ideali che restano belle parole, contenitori vuoti. Libertà d’espressione? Figuriamoci… se dicessi ciò che penso davvero… finirei alla gogna e se non bastasse al gabbio.
Ok, voi fate pure, non ve lo vieto. Nel mentre io me ne vado a zonzo per le stanze polverose e dite pure quel che volete.
Dopotutto in un auspicabile mondo rinsavito di un ipotetico domani, di questi attendenti al guinzaglio non ve ne sarebbe traccia, ne sono certo. Siano essi artisti o curatori, critici o editori, del loro dire e del loro fare in un futuro mondo rinsavito non resterebbe che, forse, un’eco sgradevole nelle orecchie di chi ha avuto la disgrazia di vivere al loro stesso tempo e non ha potuto scampare alla loro presenza, dovendo ascoltare la stupidità distillata dalle loro bocche e leggere quella defluita dalle loro penne.
Nessuno di questi, e ora mi riferisco principalmente agli storici, s’è mai preso la briga di citare Alberto Martini tra le fonti di ispirazione dei surrealisti. Tanto che il suo nome io stesso non l’avevo mai prima d’oggi neppure sentito nominare mezza volta.
Mi chiedo per un’ennesima volta com’è possibile che accadano cose così. Ma poi sorrido di me stesso e della mia ingenuità e mi dico sei proprio un cretino, Manfredi! che.. non lo sai come va il mondo?
E infatti non è il primo ne sarà l’ultimo caso. Nel corso degli anni m’è capitato infinite volte di sbattere il muso su iniquità di sto tipo. Mi viene in mente, per esempio, il caso di Calder (Alexander) e le “sue” Sculture mobili (le Mobiles) che lo consacrarono nell’olimpo dell’arte ignorando che di sculture cinetiche sospese era da un bel po’ che se ne vedevano. Rodchenko negli anni ’20 e ancor prima un altro costruttivista russo, Naum Gabo, ne avevano già sfornate a dozzine negli anni ’10 e ’20. E così pure Vladimir Tatlin. Con la stessa idea, poi, aveva anche giochicchiato ben prima di Calder, Man Ray. E non dimentichiamoci di Bruno Munari e delle sue serie di sculture Macchine inutili e Macchine Aer0ea già sul finire degli anni ’20. Ma Calder aveva le spalle ben coperte. La differenza sta tutta lì. Uno sciamano come Duchamp per padrino che gli coniò persino il termine “mobiles” e tanta altra artiglieria pesante.
Mi rendo conto solo adesso che di ciò di cui m’ero riproposto di parlare in questo post (datazione e attribuzione nell’arte) ho soltanto marginalmente trattato (anzi lambito) uno dei due aspetti, quello dell’attribuzione. E per di più da un’angolazione che non è esattamente quella che intendevo all’inizio. Questo è il pegno che si paga divagando. Ci si ritrova in punti magari non troppo distanti ma diversi da quelli che da monte si intendeva raggiungere a valle. L’attribuzione che avevo in mente era più strettamente legata a una specifica opera d’arte, come succede per esempio nel già citato Trionfo della morte che per me è di Pisanello (o scuola di) ma per quanto ne so sono io l’unico ad attribuirglielo. In genere alla critica piace lanciarsi in congetture più iperboliche. E più esotiche. Nella fattispecie del caso Martini invece è la paternità (o se preferite maternità) di un’intero movimento ad essere oggetto di discussione. Qui la datazione per il momento non ha nessun ruolo. E neppure ci troviamo davanti a un quadro o una scultura di cui dover stabilire chi ne è l’autore. Di ciò sarà meglio occuparci nel dettaglio un altra volta. Ho già scritto, mi pare, abbastanza per oggi.
Un’ultima cosa prima di lasciarvi con una galleria che vi permetterà di farvi una vostra idea.
Come la metterebbero i guardiani del pollaio? Cosa s’inventerebbero per rimettere ordine? Conoscendo i miei polli -è proprio il caso di dirlo- so già che dopo aver provato a insabbiare e vedendosi costretti al confronto dialettico, in cui sono maestri di manipolazione seguendo lo schema hegeliano (tesi-antitesi-sintesi), la butterebbero in caciara come sempre fanno, lasciandoci scannare tra noi. Sanno che alla fine l’avranno vinta loro e tutto tornerà nei ranghi. Avete mai sentito parlare di “finestra di Overton”? Bene, allora sapete già cosa aspettarvi.

ALBERTO MARTINI
Alberto Giacomo Spiridione Martini (Oderzo, 24 novembre 1876 – Milano, 8 novembre 1954) è stato un disegnatore, pittore, incisore e illustratore italiano, precursore del movimento surrealista.



















