Quant’è difficile curare una mostra al giorno d’oggi! Seriamente, ideare una banalissima mostra d’arte oggigiorno è diventato un’impresa più che mai rischiosa. E non dico di cose logistiche o che so io quali altri dei piccoli fastidi che il curatore di ieri si ritrovava tra i piedi. No. Quelle erano noccioline che s’ingollano in un amen, in confronto alle nuove sfide che il poveretto deve affrontare, oggi che navigare a vista non è più possibile. Nessuno può più farlo, neppure i più esperti lupi*, quelli avvezzi all’uso del sestante. Lì fuori ormai la nebbia è fitta, ubiqua e perenne, e orientarsi coi soli contorni delle coste o con le stelle non è più una opzione. Oggi occorre affidarsi al GPS e addio al romanticismo. Intendiamoci, è difficile curare una mostra che valga la pena. Perché, in fondo, di mostre inutili se ne continuano a produrre a iosa pure oggi. Tutta roba frivola che lascia il tempo che trova anche quando (forse soprattutto quando) gonfiate da stampa di settore e non e da istituzioni private e non.
Comunque, tornando alla navigazione che ormai, dicevamo, è solo “satellitare”…
Il GPS è la “coscienza digitale” che al giorno d’oggi è indissolubilmente sia collettiva che individuale (dato che le due coincidono pressoché nella stragrande maggioranza dei casi) e la nebbia è il multiverso in cui ci siamo ridotti a vivere. La realtà è virtuale e la verità è multipla, adattabile al caso e ciascuno di noi può scegliere quella che più fa al suo.
Il risultato è l’estinzione del pensiero critico in quanto non più fattore dirimente in una Babele in cui ciascuno parla un idioma diverso sentendosi parte di una collettività più giusta che sta costruendo un mondo nuovo e, in prospettiva, perfetto, partendo dal dogma dell’inclusività. Solo un’illusione, naturalmente. Un’illusione di giustezza che nasconde il pericolo dietro un paravento parossistico fatto di immagini patinate che la I.A. ci fornisce del mondo circostante, di saggezza rassicurante condivisa da giovani influencer(s), che solo a pochi appaiono per quello che, in verità, potrebbero essere: dei deficienti. E poi l’ugualmente rassicurante controllo delle fonti da parte dei famigerati fact-checkers (un esercito di censori più agguerriti dell’inquisizione) e tutto un corollario di distrazioni di massa atti a creare la condizione detta dissonanza cognitiva in cui le tante verità coincidono in un unico vocabolo che azzera il pericolo di dissidenza dal cosiddetto pensiero unico.
Le opinioni dissonanti sono un granello di sabbia nell’ingranaggio del sistema, si sa. Anzi, si sapeva. Un mondo perfetto è un villaggio globale in cui regni l’armonia delle idee e se proprio ci si vuol scannare, lo si faccia per trivialità, per i famosi “futili motivi”. E anche la storia deve seguire la stessa rotta e adattarsi alle esigenze del villaggio. Deve esser modificata se necessario, per pubblica utilità (o convenienza). Il revisionismo è accettabile solo dietro un controllo ferreo da parte del “pensiero unico” e a ciò è tornato utile l’aver digitalizzato tutti i libri del mondo. E la storia dell’arte non fa eccezione. Anche questa è soggetta a ripensamenti e riscritture di convenienza. Come tutte le storie, anche quella dell’arte, antica e moderna, deve servire allo scopo. La creazione e il perfezionamento di una nuova coscienza per questo nuovo ordine “naturale” delle cose e del mondo, passa anche per questi dettagli.
L’arte dopotutto è dotata di un enorme potere persuasivo (o dissuasivo) data la sua superfluità. E poi si sa che un’immagine racconta più di mille parole. Chiedete a un contadino analfabeta che nel medioevo si ritrovava davanti agli affreschi degli Scrovegni: “Perché segui Cristo?”
C’era un tempo in cui l’arte parlava direttamente alla gente. Inscriveva sogni e incubi nei cuori e nelle menti. A quei tempi non vi era spazio (o almeno, necessità) per i curatori. L’artista faceva da sé. E nemmeno per i critici. La gente capiva da sé. A quei tempi il collezionista era mecenate. E la differenza è apicale. Gli storici erano biografi.
Poi giunsero, per via delle invidie insite nelle debolezze umane, i divulgatori seriali, quelli che scrivendo le loro versioni delle vite degli artisti, inevitabilmente alteravano la realtà. Perché la falsa attribuzione e l’errata cronologia (retro/post-datazione) cambiano il corso della storia. E non solo quella dell’arte.
E, allungando il passo, arriviamo ad oggi. Nell’ultimo secolo, soprattutto nell’ “era contemporanea”, la questione è stata trattata estensivamente da addetti più o meno ben disposti. Ma alla fine, come sempre, ha prevalso la schiera dei maldisposti. Di quelli, cioè, che fanno (o facevano) gli interessi del sistema, che adattavano i dati a piacimento. Ma transeat, dopotutto a chi fosse dotato di coscienza gli strumenti per un’analisi corretta non mancavano. E comunque in un mondo ancora frazionato e variegato c’era sempre la possibilità di cercare altrove. Oggi non più o quasi non più (voglio tenere acceso un lumicino di speranza). Oggi è più facile sapere che felpa indossava per colazione una celebrità lontana 10.000 km che sapere cosa pensa chi ti sta difronte. Allo stesso modo è più facile vedere una mostra non ancora inaugurata dall’altra parte del mondo piuttosto che quella di un tuo concittadino. Nel primo caso ne vieni informato in tempo reale da decine di piattaforme che ti martellano per settimane. Nel secondo, la mostra a trecento metri, non ne saprai mai nulla a meno che non ci passi davanti o sei della cerchia di amici e conoscenti.
È una questione di algoritmi, come lo è ormai ogni aspetto delle nostre vite, signore e signori. Bisogna adeguarsi, stare al passo coi tempi che ormai cambiano da un giorno all’altro. Bisogna essere vigili. Sapere cosa c’è in forno. Quale trovata la I.A. ha in serbo per noi. Anche l’arte, come tutti gli altri aspetti delle nostre vite, cambia le priorità, sposta il focus, su nuovi orizzonti, a gran velocità. Si “rinnova” per (gattopardianamente) non cambiare realmente nulla, se non l’abito all’ormai vecchio paradigma dell’arte come propaganda. Prospettare una libertà di espressione che non sarà mai più concessa, se non a chi non è destinato a salire sul palcoscenico. Faccia quel che vuole finché rimane nell’ombra. E poi, per costui s’è fatto tardi, giacché dell’artista non v’è quasi più bisogno. Ormai c’è l’ Intelligenza Artificiale che pure in un ambito che più umano non si potrebbe, è più innovativo di qualsiasi artista. Come se la priorità dell’arte fosse l’innovazione. Come se questa non fosse soltanto un prodotto di scarto del vero fine dell’arte. Che è l’esplorazione dell’anima e quindi della mente.
È da un po’ che ormai ci stanno addestrando ad accettare il nuovo paradigma pure nell’arte. Da anni schiere di giovani vengono educati dalle accademie alla bruttezza, alla cancellazione dell’uomo e della sua storia. E vengono instradati da riviste e curatori ad impegnarsi nell’arte delle macchine, nell’arte virtuale o come minimo ad una integrazione tra Uomo e Macchina. Pure nell’arte. Che quindi non sarà più quel porto franco, l’oasi nel deserto delle miserie umane che fu per secoli come ci è sempre stato raccontato.
Come non bastasse che le nuove tecnologie ci hanno invaso il quotidiano e che nessuno di noi è più realmente libero. Che il cielo azzurro è ormai un ricordo di pochi e che al concerto di Arial Pink il mese scorso mi sono ritrovato in mezzo a un gruppo di hipsters (o quello che erano) tutti con una specie di antenna conficcata nel cranio. Neurolink, chiaramente. E la cosa pare aver sconvolto solo me. Evidentemente i losangelini sono più predisposti o forse semplicemente rassegnati. Anche se, devo ammettere, che a questo punto rassegnato lo sono anch’io, in gran parte. Anch’io sono figlio di questi tempi dopotutto.
Bene, ciò detto, nei prossimi mesi continueremo ad esplorare l’argomento, in queste pagine. Proveremo a fare il punto proprio sul futuro dell’arte. Fino ad arrivare alla questione che (ormai che la dicotomia fisico/virtuale come pure quell’altra uomo/macchina, sono argomenti vetusti) stuzzica maggiormente la mia curiosità: “L’Arte sopravviverà all’Uomo?”
A presto
NOTE
- Lupi di mare
